“LA SCUOLA CHE VORREI”, ce ne parla la dottoressa Antonella Accardi Benedettini

Al Circolo dei Lettori di Torino ad inizio maggio è stato organizzato il convegno “La scuola che vorrei”: una scuola dove le esigenze e il benessere emotivo degli studenti sono al centro e la voglia di cambiamento è tanta. Ci racconta tutto la dottoressa Antonella Accardi Benedettini, la dirigente scolastica del liceo artistico Aldo Passoni, che lo ha organizzato.

Come nasce l’idea di organizzare un convegno dedicato a “La scuola che vorrei”?

Questo convegno l’ho voluto chiamare La scuola che vorrei, ma in realtà propone la voglia di cambiamento partendo dai bambini, dai ragazzi, dai genitori ma anche da molti docenti che hanno voglia di cimentarsi con strategie e metodologie differenti da quelle tradizionali. Mi sono resa conto che sono troppi i ragazzi che perdiamo per strada al termine dell’anno, sono molti i casi di dispersione, di fobia scolare o di fragilità conclamate e secondo me la scuola deve farsi carico di questa realtà e saper proporre un cambiamento mettendo al centro la crescita emotiva e cognitiva dei ragazzi tenendo conto dei processi di apprendimento. Per questo motivo nasce questo convegno.

 

Come è stata accolta la tua richiesta dai relatori che hanno partecipato all’evento?

I relatori l’hanno accolto molto bene, abbiamo proposto in tre ore e mezza un concentrato delle esperienze del territorio, ma anche le esperienze a livello nazionale.

Come è per te “La scuola che vorrei”?

La scuola che vorrei è la scuola di cui penso abbiano tutti necessità, una scuola che metta al centro i bisogni dei bambini e dei ragazzi, che riesca a trovare uno spazio di ascolto per le tante fragilità che vivono. E’ una scuola in cui dobbiamo prenderci cura di qualcuno a 360°, che non vuol dire diventare il tuttologo, vuol dire ad esempio quando facciamo l’appello chiamare per nome i ragazzi, guardarli negli occhi ed accorgerci se ci sono dei cambiamenti o delle fragilità che dobbiamo cogliere. E’ una scuola che va fuori dalle aule, quindi va fuori dagli spazi, che incontra il territorio, che resta aperta al territorio e che diventa un punto di aggregazione ed aiuta i bambini e i ragazzi a saper lavorare insieme e che li sa motivare indipendentemente dal voto.

 

Cosa si può fare per avere questa scuola?

Penso che si debbano rimettere in discussione parecchie cose a partire dalla forma di reclutamento. Bisognerebbe lavorare un anno o due per capire se questo è veramente il lavoro che vogliamo fare e se siamo adatti a farlo e questo in qualsiasi ruolo. Poi ci vorrebbe una formazione seria e mirata, trasversale e non solo disciplinare, serve una scuola che prepara ad utilizzare le nuove strategie metodologiche e gli adempimenti non devono essere vissuti come adempimenti amministrativi burocratici, ma come strumenti che ci aiutano realmente nella personalizzazione degli apprendimenti.

Pensi di organizzare un altro convegno dedicato in futuro?

Questo è stato il primo passo. Appena possibile aprirò una pagina sui social che metta in relazione queste belle esperienze non solo del territorio, ma a livello nazionale e che faccia dialogare tra di loro queste esperienze. Mi sono riproposta di utilizzare questo momento di confronto per crearne sicuramente degli altri attraverso vari canali.