Davide D’urso: dalla sua infanzia a Colorado, dai suoi personaggi dei quartieri di Torino al Parco Dora Live 2026

Courtesy of Davide D'urso
Courtesy of Davide D'urso

Nella vita abbiamo delle forti passioni e sarebbe bellissimo poterle fare diventare il nostro lavoro, cosa sicuramente non facile. Per realizzare il proprio sogno ci vanno, oltre alla fortuna, una forte tenacia e una grande determinazione, qualità che caratterizzano Davide D’urso.

Sin dall’adolescenza, la magia e l’arte comica sono state nel suo cuore e sono riuscite ad arrivare al grande pubblico, che lo apprezza per la sua simpatia e ironia. In occasione della sua presenza mercoledì 29 luglio al Parco Dora Live 2026, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Davide.

 

Chi è Davide D’urso?
È una bella domanda perché, interpretando i vari ragazzi dei quartieri di Torino, non so più chi sono, ho diverse personalità e la cosa divertente è che parlano tra di loro nella mia testa. Quando mi chiedono chi è Davide, mi piace rispondere che sono sempre quel ragazzino nato in zona San Paolo. In realtà nasco a Mirafiori, ma dopo nove mesi ci siamo trasferiti in zona San Paolo e fino ai quattordici anni sono rimasto in via Fréjus, è il mio quartiere del cuore, ho ricordi in ogni angolo. Di media nella vita non sono una persona timida, anzi, ma sicuramente rispetto al palco oso di meno. Ogni volta che trovo persone per strada, che io le conosca o no, si parla per due ore, sono un chiacchierone

Cosa ti piaceva fare da bambino?
Da bambino giravo tra le strade di San Paolo con una palla e uno skateboard e amavo passare il tempo con i miei amici al parco e all’oratorio, perché si frequentava molto l’oratorio in quegli anni.

Quanto è stato importante per te l’oratorio?
Per me è stato fondamentale, indipendentemente dal credo, era un luogo di aggregazione dove sentirsi a casa, dove ho imparato tantissime cose, dagli sport al saper stare con gli altri. Era frequentato da bambini di tutte le età che arrivavano da tutti i quartieri di Torino e già da bambino ho iniziato a imitare gli altri bimbi.

Courtesy of Davide D'urso
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Che bambino eri?
Non ero un bimbo timido, alle elementari ero il buffone (in modo positivo) della classe, sono sempre stato quello che raggruppava un po’ la folla, quando c’era l’intervallo radunavo tutti, giocavamo, ballavamo. Mi ricordo che avevamo un lettore cd delle lezioni di inglese, quell’anno era uscito l’album di Fabri Fibra e mettevamo una canzone che diceva “seguitemi, seguitemi”. Quando mettevo questa canzone e iniziavo a correre, tutti mi venivano dietro, ballavamo e facevamo il finto concerto in classe.

Eri già un trascinatore?
Sì, ma in maniera inconsapevole, nessuno mi ha mai spiegato come farlo, l’ho sempre fatto di mio. Ho dei bellissimi ricordi delle scuole, dico sempre che, se potessi, tornerei a scuola adesso.

Come è stata la tua adolescenza?
Lì è cambiato tutto: mi avvicino all’arte, nello specifico alla magia, a tredici anni perché mio papà si era ammalato di tumore, per dieci mesi è stato ricoverato in vari ospedali e io ero lì con mia mamma. Venivano i clown di corsia, c’era proprio il bisogno di essere intrattenuti e di positività, e mi si è acceso qualcosa. Ho iniziato a imparare i giochi di magia e a intrattenere, perché stando lì l’obiettivo della mia giornata era fare ridere mio papà, il suo compagno di stanza, gli infermieri, i dottori, ero diventato un po’ lo zimbello dell’ospedale, perché andavo da tutti a fare scegliere le carte. La malattia di mio padre mi ha fatto crescere prima del dovuto, anche perché poi mi padre è mancato dopo dieci mesi. L’adolescenza non l’ho proprio vissuta come dovrebbe essere vissuta, mi ero già caricato di tante responsabilità, però attraverso la magia ho cercato di trasformare quel dolore in energia e benzina per andare avanti. Grazie alla magia ho superato quel trauma ed è diventata la mia passione, la mia vita.

Courtesy of Davide D'urso
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Come ti sei avvicinato all’arte comica?
Volevo fare i giochi di magia e ho fatto una scuola di magia a Torino che ha dei soci importanti nel campo, avevo deciso che volevo fare il mago “serio”, alla Silvan, ma la gente rideva per come facevo il mago, anche se io non avevo deciso di far ridere. Con il passare dl tempo, ho capito che non mi sentivo meglio perché facevo stupire il pubblico con la magia, ma perché facevo stare bene le persone. Visto che la gente si divertiva per i miei modi, li ho accentuati all’ennesima potenza e inizialmente sono diventato un mago comico. In quel periodo ho comunque completato gli studi sulle basi della magia, facendo anche gli esami, avendo così le fondamenta per decidere se andare avanti. Ho poi deciso di non andare avanti, ho tenuto le basi nel mio bagaglio culturale, non abbandonandola del tutto, perché nei miei spettacoli c’è sempre un pizzico di magia, di solito faccio un quarto d’ora o venti minuti, in base alla situazione. In quei due anni (tra i quattordici e i sedici anni) divento sempre più un comico perché inizio a scrivere dei testi, dei personaggi, inizio a frequentare il Cab 41, il mitico locale che ad oggi mi piange il cuore dire che non c’è più, è una notizia abbastanza fresca perché è chiuso da febbraio di quest’anno, con grande dispiacere mio e di tutta la scena comica torinese.

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Quando ti sei esibito al Cab 41 per la prima volta?
Avevo sedici anni, al Cab non si era mai esibito un minorenne, quindi quando andavo a vedere le serate e rompevo le scatole per salire e per fare qualcosa, parlando con il direttore Andrea Fasoglio, lui non era d’accordo. A forza di insistere alla fine mi ha permesso di esibirmi facendo firmare a mia mamma i permessi e facendola assistere allo spettacolo. Quello è stato il mio primo palco importante, lo vedo come il mio vero inizio, ma per me arrivare lì era un obiettivo. Sono poi diventato la mascotte del locale e da lì ho fatto migliaia di serate, proprio da lì ho imparato il mestiere della comicità.

Che emozione hai provato a salire finalmente su quel palco così desiderato e voluto?
Un’emozione grandissima, salire su un palco dove sono saliti i miei miti, per me era un sogno. Lo è stato fino all’ultima volta che sono salito sul palco, credo a gennaio di quest’anno, ho sempre portato per quel luogo un rispetto infinito. È la prima volta che ne parlo in un’intervista da quando è chiuso, prima invitavo le persone a venire al Cab e adesso non poterlo più fare è veramente brutto.

Courtesy of Davide D'urso
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Adesso quale sarà il tuo locale di riferimento su Torino?
Al momento non lo so, ma avendo creato i miei personaggi su Torino, ho creato una mia individualità, faccio i miei spettacoli a teatro, adesso ho fatto due volte il teatro Colosseo, a breve saremo al Parco Commerciale Dora, farò un tour nel 2027 nei teatri del Piemonte, secondo me non avrò più un luogo di riferimento.

Come ti viene in mente di imitare le persone che vivono nei vari quartieri di Torino?
Ho sempre osservato molto le persone, soprattutto durante i miei spettacoli, molti pensano che dai social sono arrivato al palco e invece è il contrario. Osservavo il pubblico, imitavo le persone che mi trovavo davanti, ma in maniera spontanea, a volte per fare un gioco di magia portavo qualcuno sul palco e ho sempre captato e percepito le sfumature della parlata dei dialetti, delle cadenze, dei difetti di pronuncia, che io adoro, e le ho replicate. Già a scuola, imitavo le persone famose o i professori. Un giorno, completamente a caso, stavo passeggiando per Torino per fare delle commissioni, dovevo andare in vari quartieri e ho notato proprio questa cosa, se sono in Barriera hanno tutti un atteggiamento, se sono in Crocetta hanno tutti un altro atteggiamento, Mirafiori pure. Non so per quale motivo ho tirato fuori il telefono e ho iniziato a riprendermi da solo mentre passeggiando imitavo le persone che vedevo. Non ho pubblicato niente, ho montato il video, l’ho fatto vedere a un mio amico che mi ha detto che secondo lui non avrebbe funzionato e che non dovevo metterlo sui social. A quell’epoca non avevo molto seguito online, carico il video e in pochissime ore fa duecentomila visualizzazioni, la mattina dopo fa due milioni.

Courtesy of Davide D'urso
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Questo video ti ha svoltato la vita.
Mi ricordo che la mattina dopo dovevo andare in posta, che era a cinque minuti da casa, e ci ho messo quattro ore perché quella mattina tutti mi fermavano per chiedermi se ero quello del video e farmi i complimenti. Da lì ho capito che dovevo farne altri, mi sono messo seriamente, ho iniziato a fare solo questo nelle mie giornate ed è poi diventato ufficialmente il mio lavoro.

Quando è successo?
Tre anni fa circa.

Prima di quel video hai fatto anche programmi televisivi importanti.
Sì, ero nella serie A dei comici perché quando arrivi a programmi come Colorado o Zelig, che erano i programmi comici di riferimento in tv, pensi di avercela fatta, eppure non è stato il mio caso. Ho fatto Colorado la prima volta nel 2016 e poi nel 2019, che è stata la mia ultima volta a Colorado. Ma nonostante fossi un comico televisivo e anche nel cast di Colorado, non riuscivo a vivere solo di quello

Courtesy of Davide D'urso
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Che lavori hai fatto?
Il cameriere, l’agente immobiliare, l’addetto del call center. Da quest’ultimo lavoro ho tratto tantissima ispirazione, nel nuovo spettacolo ho scritto uno sketch in cui interpreto me al call center che ricevo le chiamate, perché da lì ho dei ricordi straordinari di chiamate assurde che arrivavano.

Cosa porterai al Parco Dora Live?
Porterò Terapia D’urso, il mio nuovo spettacolo che ha debuttato il 16 maggio di quest’anno al teatro Colosseo di Torino, in una versione un po’ più estiva e non vedo l’ora perché finora l’ho fatto solo al teatro Colosseo.

Courtesy of Davide D'urso
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Ci racconti qualcosa dello spettacolo?
È la prima volta che scrivo uno spettacolo insieme a Stefano Marando, lui è un autore di libri romantici ed è stato bellissimo, perché si è fusa la sua vena poetica con la mia vena comica. Mi ha aiutato a mettere le mie idee nero su bianco con profondità ed è uscito questo spettacolo che è a tutti gli effetti una storia, c’è una trama con un’evoluzione. Apro lo spettacolo interpretando il mio psicologo, che dà il benvenuto a questa grande seduta di gruppo, è una seduta terapeutica in cui il pubblico, insieme allo psicologo, analizzerà il caso clinico, che è Davide. Quando lo psicologo dà il via si entra nella testa di Davide, nel suo cervello, che si vede perché abbiamo lavorato a delle grafiche pazzesche con Roberto Nicosia. Si vedono le varie parti che parlano tra di loro, ad esempio c’è il pensiero critico, il pensiero astratto, il pensiero divergente...e ognuno di questi pensieri prende vita con vari personaggi che interpreto io. Ogni personaggio racconta il suo modo di vivere la vita e la cosa interessante è che sono tratti che ognuno di noi ha. Dopo che si è chiuso questo capitolo, si esce dalla mia testa e arriva finalmente Davide sul palco

 

Paola Giannessi

 

Courtesy of Davide D'urso
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