Un mezzo per esprimere con parole quello che turba e provocava dolore: ecco cos’è la musica per Pianeta N

Courtesy of Ilaria Dolci
Courtesy of Ilaria Dolci

Nella vita ci capita di affrontare momenti difficili: superarli e accettarli non è facile. Parlare dei propri problemi e sfogarsi non è una cosa scontata e non farlo ci fa stare male.

Ognuno trova il suo modo per raccontarli e Ilaria Dolci, in arte Pianeta N, lo fa attraverso la musica che le fa compagnia sin da quando era bambina e che con il passare del tempo è diventata un'alleata per raccontare le sue difficoltà. In quest'intervista Ilaria ci racconta chi è, come la musica è entrata nella sua vita e molto altro.

Presentati alle nostre lettrici e ai nostri lettori. 
Ciao a tutti e grazie mille per la bella opportunità che mi avete dato. Mi chiamo Ilaria, in arte Pianeta N, ho venticinque anni e vengo da Bergamo.

Ci racconti come si svolge una tua giornata tipo?
Ultimamente non sono giornate particolarmente interessanti, mi spiace per i lettori: mi alzo, vado a lavorare – mi sto cimentando in un percorso per diventare store manager in un bar – torno a casa, mangio a orari improbabili, caffè tattico e “pronti via”, si riparte per scrivere la tesi. Ebbene sì, nel mentre mi sto per laureare (incrociamo le dita) in Lettere. Auspicabilmente, quando questa intervista verrà pubblicata, avrò depositato la tesi e mi starò godendo un pomeriggio all’aria aperta, lontana dalla catasta di libri che ormai ingombrano da tempo la mia scrivania.

Courtesy of Ilaria Dolci

Come nasce la tua passione per la musica?
Questa è una bella domanda: probabilmente quando ancora ero molto piccola. Ricordo che da piccola i miei genitori mi facevano ascoltare tantissime canzoni, soprattutto dei cartoni animati (conosco tantissime sigle dei loro anni, pur non avendo mai guardato quei cartoni; come Goldrake, L’Uomo Tigre, Mila e Shiro, e potrei andare avanti ancora per molto). Poi mio papà ha sempre suonato fin da giovane il pianoforte e la chitarra e anche di questo mi porto qualche ricordo di quando ero piccola. Nel salotto della nostra vecchia casa avevamo una pianola e qualche volta ci divertivamo a far partire una di quelle musiche preregistrate. Io e mio fratello impazzivamo e ci ballavamo come dei matti.

 

Ci racconti il tuo percorso musicale?
Mi fa molto strano parlare di un mio percorso musicale in verità, forse perché non percepisco di averne avuto ancora uno. Forse sbaglio, ma è come se lo facessi iniziare dalla prima volta in cui sono andata in studio: risale ormai all’anno scorso, relativamente poco tempo. Di fatto potrei forse farlo iniziare realisticamente da quando ho iniziato a scrivere le mie prima canzoni, cioè dalla terza superiore. È da lì che forse ho iniziato a prendere la musica seriamente o, quantomeno, a considerarla una compagna di viaggio. Nel giro di un annetto e mezzo avevo in mano cinque canzoni chitarra voce, che ho avuto poi la fortuna di poter registrare artigianalmente grazie a un ragazzo che mi aveva casualmente scoperta su YouTube ascoltando una cover che avevo caricato. Da lì è nato il primo piccolo EP In orbita perenne e il nome Pianeta N (nato durante una lezione di fisica delle superiori, incredibile). Tra la fine delle superiori e l’inizio dell’università sono nate altre canzoni racchiuse poi nel mio secondo EP Dimidiatus: di queste, purtroppo le registrazioni, avendole fatte tutte io con gli strumenti che avevo a casa (un piccolo mixer e il telefono), non sono uscite benissimo. Però, per tornare al discorso iniziale, è come se considerassi tutto questo percorso come una fase di preparazione per quello che sto facendo ora. Sono stati anni che mi hanno portato tanto a scrivere, a sperimentare e sicuramente senza tutto quel percorso non sarei arrivata dove sono ora. E non parlo di traguardi, quanto di aver preso più dimestichezza con un modo di scrivere che pian piano sento rappresentarmi di più. È un lavoro per cercare di far coincidere sempre di più quello che mi trovo a vivere e a sentire dentro di me con parole che dipingano sempre meglio quell’esperienza o quell’emozione. Per raggiungere questo, mi sono accorta solo nell’ultimo anno di quanto l’esperienza dell’andare in studio e di lavorare con un produttore sia fondamentale, perché è proprio un atto di creazione congiunta che serve per la realizzazione di quello che dicevo prima. Per questo, però, è altrettanto fondamentale trovare un produttore che sia capace di capire la canzone che gli porti e abbia una veduta che magari va oltre quello che l’artista stesso immaginava. Per me le sessioni in studio sono state questo. Ad oggi, sono a questo punto: sto cercando pian piano di registrare bene un po’ delle canzoni che sono rimaste a maturare nelle note del mio telefono per poi iniziare a cantare in giro e a fare qualche contest.

Courtesy of Ilaria Dolci
Courtesy of Ilaria Dolci

Quali sono gli artisti che per te sono stati di riferimento nel campo della musica? Perché?
Anche questa è una bella domanda, perché ce ne sono stati e ce ne sono tantissimi. Dimenticherò sicuramente qualcuno, ma nomi come Dalla, Battisti, Guccini (su cui tra l’altro sto scrivendo la tesi) sono stati e sono sicuramente un riferimento, soprattutto per la poeticità dei testi. Se invece vogliamo parlare di artisti odierni, direi Ultimo, Blanco e Olly. A ben guardare, la musica che faccio è molto distante dalla loro, però il fatto di ascoltarli tanto sicuramente mi porta delle influenze: è successo diverse volte che le canzoni ascoltate in un periodo della mia vita abbiano influenzato le canzoni scritte in quel periodo. Un esempio? Da un periodo prolungato di rap è nata Bimbo Pianeta, unica canzone rap nel mio repertorio per tanto tempo.

Cosa rappresenta per te la musica?
Tante, ma tante cose: innanzitutto è stata fin da subito un mezzo per esprimere a parole qualcosa che mi turbava o mi provocava dolore. Mi spiego meglio: non sono mai stata una persona molto espansiva: sono solare, vivace, amo stare in mezzo alla gente, ma quando mi trovo a vivere la sofferenza mi chiudo molto. Ecco, la musica e la scrittura sono sempre state mezzi per districare il dolore che avevo dentro. È per questo che generalmente le mie canzoni sono tristi. Non perché nella maggior parte del tempo io sia triste, ma perché la scrittura e la musica sono come risorse che si attivano per decifrare quello che mi porto dentro e quindi per affrontarlo. Per me è sempre stato molto più semplice scrivere canzoni tristi per questo motivo e trovo invece complicatissimo scrivere una canzone allegra, energica. Lo diceva Tenco, se non sbaglio, quando gli chiesero perché scriveva solo canzoni tristi e lui rispose: «Perché quando sono felice, esco». È esattamente questa esperienza. Al contempo, ho una grande stima per chi, invece, riesce a esprimere con la musica vitalità, energia. 

Courtesy of Ilaria Dolci
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Qual è la canzone a cui sei più legata fra tutte quelle che hai pubblicato?
Probabilmente la canzone che ho pubblicato e a cui sono più legata in questo periodo (sì, cambia e varia a seconda del periodo) è La Ballata di Capodanno. Giusto per riprendere parte di ciò che ho detto finora, è una canzone che ha come spunto L’anno che verrà di Lucio Dalla. È nata proprio mentre stavo suonando la canzone di Dalla, quando a un certo punto, essendo vicina la fine dell’anno – e tutte le speranze che l’inizio di un nuovo anno porta con sé – mi sono chiesta: «Ma io che speranza ho per la mia vita, in mezzo a un mondo che sembra andare sempre più in rovina, caotico? Come mi sembra caotica la mia vita man mano che gli anni passano». La mia Ballata parte proprio dal verso “l’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va”, infatti inizia con “Qualcosa non va, sotto sto cielo così spoglio anche di nuvole” e sostanzialmente prosegue elencando e raffigurando una serie di cose che attorno a me non vanno e sollevando una serie di domande, che in fondo si fondono in una, sostanziale, che è: c’è speranza? Domanda che a più riprese emerge nella mia vita, sia partendo da quello che mi accade, sia guardando a quello che accade nel mondo. Non è che abbia una risposta, infatti l’invito che viene fatto alla fine proviene da una persona esterna a me, che invita me e l’ascoltatore a lasciare aperto anche un piccolo spiraglio per lasciare entrare quel bene quotidiano, a cui magari non facciamo neanche caso, ma che c’è e che serve per far ripartire. Ecco, per me è importante ripartire spesso da questa canzone perché è come un post-it sulla porta di casa che (non sempre e non ogni giorno) mi aiuta anche a ricordarmi di guardare ciò che nella mia vita e nel mondo non è inferno, come dice bene Calvino ne Le città Invisibili: «Cercare e riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Per me fare questo è vitale.

Courtesy of Ilaria Dolci
Courtesy of Ilaria Dolci

Chi sono le persone che ti sostengono di più in questa tua avventura musicale?
Ultimamente la mia famiglia, non perché prima non lo facesse, ma perché rendendola più partecipe delle cose che faccio musicalmente mi sono trovata un supporto che non avrei creduto così forte. L’esempio più recente è stato durante la partecipazione a un piccolo contest che si svolgeva ogni lunedì sera con una diretta online: era diventato l’appuntamento fisso da vedere, a cui si sono aggregati anche molti amici e amici dei miei fratelli. È stato davvero molto bello sentirsi supportata così.

Paola Giannessi