La vita è sempre più frenetica, il tempo non ci basta mai, e a volte non riusciamo più a gestire gli spazi intorno a noi.
Acquistiamo sempre più cose e le accumuliamo, senza che siano concretamente necessarie, forse perché fare acquisti ci appaga e spesso non riusciamo a lasciare andare via i vecchi oggetti. La situazione può sfuggirci di mano e il disordine intorno a noi diventare un problema ed è lì che può correre in nostro aiuto il Professional Organizer. Questa recente figura professionale è molto di più di tutto questo, sono diversi i motivi per cui possiamo averne bisogno. Per affrontare questo argomento, Marilina Di Cataldo ha scritto il libro A ognuno il suo ordine, edito da Paola Caramella Editrice, che ha presentato la scorsa settimana allo Spazio Gnu di Torino. Ci racconta tutto in questa intervista.
Chi è la Professional Organizer?
Una Professional Organizer è una professionista che aiuta persone, famiglie o aziende a creare sistemi di
organizzazione più funzionali, sostenibili e adatti alla loro vita reale. Non si occupa soltanto di “mettere in ordine”, ma lavora sul rapporto tra persone, oggetti,
tempo, spazi e abitudini.
Quando nasce questa professione? Quando si diffonde in Italia?
Il Professional Organizer nasce negli anni ottanta negli Stati Uniti per rispondere al crescente caos della vita moderna. Nel 1985
nacque in America la Napo, la prima associazione di categoria dedicata alla professione. In Italia si è diffusa soprattutto dopo il 2010, anche
grazie a Marie Kondo. e ha preso una strada tutta sua, più pragmatica, relazionale, concreta, affermandosi in ambiti diversificati: dalle case agli uffici, dalla gestione del tempo al supporto
nei momenti delicati della vita (come un lutto, una separazione o un trasloco).
Come mai hai scelto questa professione?
Ho iniziato questa professione in un momento di crisi del mio lavoro come ufficio stampa, cambiato profondamente con l’arrivo dei social media.
Riflettendo sulle mie competenze, ho riconosciuto la mia attitudine a creare ordine e dare struttura al caos. Mi sono formata attraverso un’associazione del
settore e ho avviato l’attività di Professional Organizer, continuando però a lavorare anche nella comunicazione. Non è stata una scelta improvvisa, ma un’evoluzione naturale tra
due ambiti legati da un unico filo conduttore: la ricerca di chiarezza, armonia ed equilibrio.
Cosa ti piace di questo lavoro?
L’aspetto più appagante del lavoro di Professional Organizer è la sua dimensione umana: non si tratta solo di riordinare gli spazi, ma di
entrare in relazione con le persone e comprendere le cause del loro disordine. Apprezzo il cambiamento progressivo che avviene quando la chiarezza negli ambienti
porta anche leggerezza mentale e una ritrovata serenità. Credo sia fondamentale la possibilità di creare soluzioni personalizzate, perché ogni persona e ogni casa sono
uniche, rendendo il lavoro sempre diverso e mai ripetitivo.
Nella tua vita quotidiana, e non lavorativa, che rapporto hai con l’ordine?
Ho (ovviamente) un rapporto sereno con l’ordine, lontano da ogni forma di ossessione o ideale di perfezione domestica. La mia casa è
vissuta e reale, attraversata dalla quotidianità e da un inevitabile grado di caos, che considero naturale. Tuttavia, grazie a un sistema organizzativo efficace, il riordino
richiede poco tempo perché ogni cosa ha un posto definito. Lo stesso principio si applica alla gestione di documenti e archivi, organizzati in un sistema costruito nel tempo che mi
consente di lavorare in modo semplice e immediato, senza sprechi di tempo nella ricerca.
Il tuo lavoro non è solo rimettere in ordine una casa, ma insegni alle persone un metodo.
Certo, è uno degli aspetti più importanti del mio lavoro, perché un Professional Organizer non si occupa di creare un ordine estetico temporaneo, ma di costruire sistemi
pratici e sostenibili nella vita quotidiana. Il lavoro si differenzia da quello di una colf perché nasce da un’analisi condivisa di abitudini, esigenze e difficoltà della persona, per
sviluppare un’organizzazione funzionale e personalizzata. In questo senso il Professional Organizer lavora quasi per rendersi “non più necessario”. È un lavoro che punta
all’indipendenza del cliente, non alla dipendenza dal professionista.
Che cos’è il decluttering?
Il decluttering è il processo di selezione e alleggerimento degli oggetti per eliminare ciò che non è più utile, necessario o significativo. Il suo obiettivo è fare
chiarezza tra ciò che si usa, si ama o rappresenta davvero la persona e ciò che si accumula per abitudine, emozione o indecisione. Può riguardare oggetti fisici, archivi
digitali, ma anche abitudini e impegni. Essendo spesso legato a ricordi ed emozioni, deve essere affrontato con rispetto e senza giudizio: il Professional Organizer accompagna la
persona in un percorso consapevole, seguendone i tempi e le scelte.
In quali occasioni vieni chiamata?
Vengo chiamata ogni volta che una situazione di disordine, accumulo o disequilibrio domestico comincia a creare un disagio reale
nella vita quotidiana. Spesso le persone dicono: “Sono disordinato, ma nel mio disordine sto bene”. E va benissimo così: se non c’è sofferenza o difficoltà, non c’è bisogno di un Professional
Organizer.
Il problema nasce quando il disordine smette di essere una caratteristica personale e diventa un peso: quando si perde tempo a cercare le
cose, quando la casa crea stress invece che benessere, quando l’accumulo prende il sopravvento e da soli non si riesce più a venirne fuori. È in quel momento che il supporto di un
professionista può fare davvero la differenza.
Molto spesso vengo contattata anche in occasioni di grandi cambiamenti di vita: durante un trasloco, dopo una separazione o un divorzio, per
riorganizzare una casa in vista dell’arrivo di un bambino, oppure per aiutare a svuotare abitazioni e appartamenti dopo un lutto.
Quand’è che il disordine diventa un problema?
Il disordine diventa un problema quando smette di essere una semplice caratteristica personale e inizia a compromettere la qualità della vita. Non esiste un livello di ordine
valido per tutti (Ognuno ha il suo ordine!): ciò che conta è l’impatto che ha sul benessere quotidiano. Quando il disordine genera stress, fa perdere tempo nella ricerca degli
oggetti, rende gli spazi poco funzionali o crea disagio nelle relazioni sociali, può diventare un peso. Spesso ha anche effetti emotivi, aumentando stanchezza mentale e
sensazione di sopraffazione, soprattutto in momenti di cambiamento o difficoltà. Il bisogno di aiuto emerge quando la persona non riesce più a gestire la situazione da sola e l’intervento diventa
un modo per ritrovare ordine, ma anche serenità e controllo.
Il troppo disordine e il continuo accumulare oggetti può essere sintomo di una patologia?
Il disordine e l’accumulo eccessivo possono, in alcuni casi, essere collegati alla disposofobia, una difficoltà persistente a separarsi dagli oggetti anche quando non sono più
utili. Non si tratta di semplice disorganizzazione, ma di un forte legame emotivo con le cose che può portare a un accumulo tale da compromettere la vivibilità degli spazi e la
quotidianità. Nei casi più gravi può esserci anche una sofferenza psicologica significativa. È però importante non generalizzare: molto spesso il disordine deriva da stress,
mancanza di tempo o fasi di cambiamento e non ha una natura patologica.
Quanto è difficile e come fai quando vieni chiamata dai clienti a riordinare la casa di una persona a loro cara che è venuta a mancare?
È un’attività particolarmente delicata ed emotivamente complessa del lavoro di Professional Organizer. Intervenire nella casa di una persona
scomparsa significa entrare in uno spazio carico di memoria, affetti e storie di vita. La difficoltà principale non è organizzativa, ma legata al rispetto e alla sensibilità
richiesti, poiché ogni oggetto può avere un forte valore simbolico ed emotivo. Il ruolo del professionista è quello di offrire uno sguardo esterno, neutro e rispettoso, che
alleggerisce il carico pratico e decisionale dei familiari, aiutandoli a gestire il momento senza perdere il legame con ciò che desiderano conservare.
Ci racconti il caso più difficile in cui ti sei trovata?
Uno di quelli che ricordo con maggiore intensità è lo svuotamento della casa di una persona venuta a mancare improvvisamente, dove gli oggetti erano rimasti intatti, creando la
sensazione di una vita sospesa. Il lavoro è stato rallentato da forti momenti emotivi legati alle decisioni sugli oggetti, spesso accompagnati da silenzi e ricordi condivisi. Il
mio ruolo principale è stato quello di offrire una presenza stabile per sostenere la figlia nel gestire il carico emotivo e organizzativo. Il processo è stato svolto
gradualmente, creando spazi di attesa per le scelte più difficili, fino alla conclusione dello svuotamento dell’appartamento nei tempi concordati, con un senso finale di grande
sollievo.
Paola Giannessi