
In Italia abbiamo diverse serie televisive molto amate e sicuramente una di queste è I Cesaroni, fiction prodotta da Publispei, che è tornata dopo una lunga assenza sui nostri schermi. Ci siamo domandate perché sia una serie così amata e a questa domanda ci ha risposto Elda Alvigini, che nella fiction interpreta Stefania:
«Penso che piaccia una certa confusione, generosa e semplice, che è quella in cui viviamo tutti». Stefania è cambiata in questi
anni, così come Elda che, nel frattempo, tra le tante cose che ha fatto, ha scritto un libro: Inutilmentefiga. Un
libro che, prendendo spunto da persone vere, ma romanzando le vicende, ci dà l’opportunità di scoprire situazioni e sentimenti che ci accomunano tutti e in cui
possiamo ritrovarci, tra una risata e una riflessione. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Elda, che ci accompagna in questa intervista attraverso i suoi ricordi da bambina,
I Cesaroni e Inutilmentefiga.
Chi è Elda?
È anni che cerco di capirlo, penso che le persone che si autodefiniscono sbagliano sempre, perché credo che gli altri da fuori abbiano una visione di noi
probabilmente più veritiera, però dipende da dove li abbiamo incontrati. Penso di essere una persona che è stata molto fortunata, che non ha
paura di sperimentare cose nuove, di andare in zone sconosciute, ho sempre amato anche viaggiare, l’avventura, un’avventura a volte
anche interna, cercare di scardinare delle abitudini anche sentimentali che uno può avere, ad esempio reagire sempre nello stesso modo a determinate cose. Cerco di
sollecitarmi da sola nel cambiare, che non vuol dire migliorare a volte, ma permettersi il lusso di sbagliare e scoprire aspetti nuovi della vita in
generale.
Ph: Fabrizio De Blasio
Quando hai capito che volevi fare l’attrice?
L’ho capito molto presto, alle elementari, non sapendo però cosa volesse dire fare l’attrice, perché ero una bambina. A casa
giocavo a fare gli spettacoli, non venivo da una famiglia che faceva questo di lavoro, a quei tempi mia madre non lavorava e mio padre era un pilota, adesso è in
pensione. Loro erano molto giovani e amanti della cultura, ci portavano a teatro, al cinema, ai musei. A scuola avevo la maestra Balduini (che è nel mio cuore)
che ci faceva fare le recite e a me piaceva molto. Al saggio di fine anno, in aula magna con tutti quanti, la bambina che doveva fare la
principessa non venne perché aveva la febbre. La maestra era preoccupata perché questa bambina era magrissima e il problema era a chi potesse entrare in quel vestito.
L’altra magra ero io e allora mi disse che avrei dovuto fare la mia parte, la sua e che mi avrebbe detto lei le battute più
importanti.
Ti sei preoccupata? Cosa le hai detto?
Le dissi, come se fosse la cosa più normale del mondo, che le sapevo già e che sapevo anche quelle di tutti gli altri. Non pensavo
di aver fatto niente di speciale, perché a me piaceva molto, invece il preside alla fine dello spettacolo mi ringraziò perché avevo fatto i due ruoli e disse che
senza di me lo spettacolo non si sarebbe potuto fare. Poi la maestra è venuta da me e mi ha chiesto se sapessi che quello era un lavoro. Rimasi
sconvolta, perché per me era il gioco più bello del mondo, e le dissi che allora avrei fatto quello nella vita. Già da piccola, al cinema, scoprii la Masina e la
Magnani, che nei loro film interpretano donne che soffrono tanto. Ho sofferto molto anch’io, a scuola, perché ho avuto molti episodi di bullismo:
mi insultavano e mi chiamavano scimmia perché ero scura di carnagione, per me era molto difficile, mi attaccavo allo maestra e allo studio, ma non avevo amici in classe, li avevo
nel condominio. Questa combo di vedere queste due grandi attrici e questa maestra mi hanno fatto pensare che non avevo dubbi che da grande avrei fatto
l’attrice.
Elda con la sua famiglia. Courtesy of Elda Alvigini
Come sei entrata nella grande famiglia de I Cesaroni?
La prima volta che mi proposero questo provino rifiutai, perché stavo girando a Genova una serie molto drammatica in cui ero la
moglie di Claudio Amendola. Incontrai per la primissima volta nella mia vita Claudio e Ricky Memphis ne La Scorta. Di notte, dovevo girare una scena
molto drammatica e il giorno prima mi arriva questo provino di otto, nove pagine di questa serie che allora si chiamava Los Serrano, perché è una serie
spagnola. Fatta la registrazione della notte, che di solito finisce alle quattro o alle cinque del mattino, avrei poi dovuto prendere un aereo verso le
nove o le dieci per fare il provino al pomeriggio. Dissi alla mia agente che per me era un provino finto e che non sarei andata a farlo perché non si mandano nove pagine
due giorni prima. Dopo un mesetto, mi chiamò la mia agente e mi disse che Chiara Meloni, che allora si occupava dei casting, mi avrebbe dato una settimana per
prepararmi se fossi andata a fare il provino e io dissi di sì. Però in quel periodo stavo studiando Medicina perché, dopo i due film al cinema con Pierfrancesco
Favino, non avevo preso il volo come attrice e quindi dopo la laurea in Lettere mi iscrissi a Medicina, ormai non ci credevo più, avrei fatto il medico.
Ph: Fabrizio De Blasio
Ti sei preparata per il provino?
No, studiai tutto il giorno medicina con Diletta, che era ed è ancora una delle mie migliori
amiche, e quando le dissi che il giorno dopo avevo il provino e non avevo studiato perché pensavo che fosse un provino finto, mi disse che mi avrebbe aiutato
lei a prepararmi. Andai a fare il provino vicino a San Pietro il giorno dei funerali di papa Wojtyla e la zona era tutta bloccata, ci misi due
ore ad arrivare. Era in via Poma, luogo dove fu uccisa Simonetta Cesaroni, e a quell’epoca la serie non si chiamava ancora I Cesaroni, è assurdo tutto
questo.
Una volta arrivata?
Mi deprimo perché erano tutti a coppie uomo donna per fare il provino e solo io ero sola. All’ultimo ragazzo che uscì chiesi se potesse rimanere a
darmi le battute, quindi entrai totalmente rilassata pensando di non interessargli e, sapendo che le battute dovevano fare ridere (e non lo facevano), iniziai a improvvisare. Ho
fatto un po’ come mi pareva, ma alla fine è andata bene.

Come hanno scelto il tuo partner?
Sono stata presa prima di Max Tortora e quindi sono io che ho fatto i provini agli uomini per scegliere il mio partner. Mi dissero i nomi,
tra cui c’era Max, che amavamo tutti, era il comico più forte che c’era in quel momento e, visto che era in scena a teatro con Michela Andreozzi, che è una mia amica, le chiesi
di farmelo conoscere prima del provino, perché avrei voluto che fosse lui a vincere. Ci incontrammo in un bar frequentato da attori e presentatori, io ero
un’attrice sconosciuta, ma lui era famosissimo, e proviamo una litigata, che è rimasta identica sia al provino, sia poi quando abbiamo girato. La cosa divertente è stata che
potevo veramente sembrare la fidanzata di Max al bar mentre litigavamo. Un’altra cosa carina del provino è che mi sono trovata Antonello Fassari, che era già
stato scelto e per che me era un mito, un genio assoluto, che mi parlava come se fossimo colleghi. L’idea che lui mi trattasse da collega per me era una
cosa pazzesca, poi il primo anno de I Cesaroni non ho dormito, perché ero incredula che mi stesse capitando questa cosa.
All’inizio Stefania ed Ezio dovevano essere due personaggi secondari.
Sì, ma appena hanno visto i risultati dei giornalieri e si sono resi conto che facevamo ridere, abbiamo avuto più
spazio.
Perché secondo te questa serie ha avuto così tanto successo? Cosa piace de I Cesaroni?
Penso che piaccia una certa confusione, generosa e semplice, che è quella in cui viviamo tutti. I Cesaroni è stata la prima serie che ha infranto la
patina della famiglia del Mulino Bianco, la prima serie inclusiva che ha proposto una famiglia in cui ci si vuole bene anche se non si è biologicamente parenti. È stata un grande
volano di verità e possibilità, in cui le persone si sono identificate veramente.
Com’è stato dopo molti anni recitare di nuovo con Ludovico Fremont, che nella serie interpreta tuo figlio
Walter?
Con Claudio, io e Ludovico abbiamo fatto la prova di lettura copioni per vedere se dopo tanti anni ritrovavamo la temperatura giusta. Leggiamo una scena in cui lo
sgrido, ma è ovvio che se ho un figlio di quarant’anni non posso sgridarlo come se fosse un adolescente. Ho mantenuto la preoccupazione di una madre per
il figlio – che si è messo in una situazione assurda, perché si è innamorato della donna del suo migliore amico – avendo però la paura di essere lasciata anche da
lui perché, per sottrarsi da questa circostanza, si dovrebbe allontanare e la separazione da un figlio è più dolorosa di quella che ha avuto dal marito.

In questa settima stagione, Stefania è cambiata rispetto alle precedenti?
Sì, ho cercato il modo di fare accettare al pubblico che è la stessa Stefania, ma che sono passati dodici anni.
Ritroviamo una Stefania più calma, che ha superato pienamente l’abbandono del marito e che ha la preoccupazione di una mamma nei confronti di un figlio adulto. Ho potuto
mantenere il piglio della vecchia Stefania a scuola, in cui tratto Rudi come trattavo Ezio. Anche il look è cambiato, ora è molto più raffinata ed elegante.
In questa stagione cambia anche il suo rapporto con Giulio.
Nelle sei serie passate ha avuto da sola con Giulio solo una scena, perché hanno sempre interagito insieme anche con i loro
rispettivi partner. La prima scena di set è stata quella in cui io e lui siamo sul dondolo, sono passati dodici anni e adesso siamo migliori amici, è una grande
amicizia. Da attrice quella scena è stata difficile, perché avevo soggezione di lui, in quanto era anche il mio regista, mentre recitavo mi guardava in un certo modo e non capivo se stessi
sbagliando qualcosa.
Definisci con una parola alcuni tuoi colleghi de I Cesaroni, per la persona e non per il personaggio.
Claudio (Giulio): protettivo
Ludovico (Walter): incasinato
Ricky Memphis (Carlo): buono
Matteo (Marco): simpatico
Niccolò (Rudi): pensieroso
Federico (Mimmo): la dolcezza
Ph: Fabrizio De Blasio
È uscito il tuo libro Inutilmentefiga, edito da Santelli Editore. Come nasce questo titolo?
È un nome inventato da me che utilizzavo quando i miei amici mi dicevano quanto ero figa e io rispondevo “inutilmente figa”, perché
prendevo, partivo, ad esempio una volta ho preso una casa a New York per una settimana senza pormi il problema di come avrei fatto dopo, sono un po’ avventurosa,
un po’ incosciente. Anni prima, nello spettacolo teatrale Inutilmentefiga parlavo delle donne irrisolte, che non capiscono dove sbagliano, lo
spettacolo si basava sull’attesa di una telefonata di questa donna in scena e ogni telefonata che arrivava era lo spunto per sviluppare degli argomenti. Questo
spettacolo è nato perché volevo far capire al pubblico che anch’io ero comica. Adesso ho passato i cinquant’anni e per la società è come se una
donna dopo quell’età sparisse, come se non avessimo più cose da raccontare. Queste sono donne che non vengono raccontate, la mia esigenza è stata voler
dire che noi ci siamo e che la vita di una donna che ha passato i cinquant’anni può essere anche molto comica e appagante. La società ci impone determinate cose
e noi donne, ma anche gli uomini, dobbiamo rispondere a quello si aspetta da noi, dove c’è scritto ad esempio che è l’uomo che deve mantenere tutta la famiglia?
Ph: Fabrizio De Blasio
In questo libro racconti storie vere?
No, è un autofiction, alcuni dati sono veri, ma ho romanzato, anche sulla mia famiglia. L’ho fatto perché lo scopo
era parlare a più persone possibili, sia uomini, sia donne. La protagonista si chiama Elda, ma poteva chiamarsi in qualunque altro modo. Il
pitch del libro è “Quando tu sai perfettamente quale sarebbe la cosa giusta da fare, ma è più forte di te e fai quella sbagliata” ed è una cosa che appartiene
sia agli uomini, sia alle donne. Alla prima presentazione del libro, che ho voluto fare il giorno che è uscito, il 24 ottobre 2025, Malcom Pagani mi ha detto che si era
identificato con l’80% delle cose che capitano alla protagonista. È un libro che parla del rapporto con l’altro, e l’altro cambia peso a seconda dell’età che hai, perché anche da
bambina l’altro è tuo padre, tua madre, tuo fratello, il maestro o la maestra. È anche un grande inno alla gioia di vivere e alla speranza: anche quando si cade, l’importante è
rialzarsi. Penso che questa lettura ci faccia sentire meno soli, ci lascia una carezza e ci fa fare tante risate.
In questo romanzo racconti storie di periodi diversi della vita.
Tutto parte dal vaccino del covid, con il quale la protagonista pensa di tornare a vivere, finalmente la libertà, va vestita da
sera a vaccinarsi e da quel giorno le capitano una serie di coincidenze. Nella vita abbiamo turning point improvvisi che non dipendono da noi, come gli innamoramenti, non li
possiamo prevedere. Questo può capitare anche nel lavoro, a volte si prende un’altra via che non si aveva neanche pensato perché succede qualcosa, quindi bisogna rimanere aperti
alle varie possibilità.
Chi è la prima persona che ha letto il libro?
Non ricordo. Forse Anna, una delle mie migliori amiche, che cito nel libro e chiamo “l’Inutilmentefiga d’oltre oceano”. Da lei parte nel libro una delle mie avventure lavorative
in cui vado, senza sapere nulla, ad aprire un bistrot a Parigi per conto di un canadese. Poi penso a un’altra mia grande amica, Barbara Ledda, che fa la fotografa. L’ho fatto
leggere anche a tanti uomini, ad esempio a uno sceneggiatore che non mi conosceva molto bene e mi ha fatto tanti complimenti per l’idea, per la
scrittura, per quanto lo faceva ridere. Ha apprezzato specialmente il capitolo sui buchi neri, sulla depressione, dicendomi che soltanto chi veramente ne
ha sofferto può parlarne come ne parlavo io. Questo libro non è stato scritto per sentirmi dire “poverina”, o “quanto sei brava”, ma è come se fosse un percorso insieme,
è farsi delle domande insieme. Non posso dare risposte, posso soltanto mettere a disposizione la mia esperienza. Amo l’idea che chi avrà in mano questo libro
possa entrare dentro l’atmosfera e stare in scena lì con me.
Quanto ci hai messo a scrivere questo libro?
Un anno e mezzo o due, senza considerare la ricerca dell’editore e tutto quello che viene dopo. L’ho riletto tante volte, ci ho lavorato tanto e ho continuato
anche a lavorare sulla costruzione dell’uso delle parole e sulla punteggiatura, per renderlo semplice e farlo arrivare alle persone.
Paola Giannessi


