
Da una casualità al successo sul web e in ambito accademico, Matteo Saudino – professore di Storia e Filosofia e ideatore del canale YouTube
BarbaSophia – ci offre nuove visioni del mondo con i suoi contenuti, che siano video, post o manuali.
Nel 2025 nasce il suo libro Anime Fragili, un viaggio nel nostro contemporaneo in cui i filosofi Platone e Aristotele ci guidano tra le fragilità del nostro tempo, aiutandoci (o almeno ci provano) a dare un senso alla nostra vita per vivere liberi e felici. Durante il nostro incontro, Saudino ci ha raccontato com’è iniziata la sua avventura e ci ha fatto scoprire il suo libro, sviluppando e approfondendo i suoi temi cardine.
Partiamo dalle origini, come nasce BarbaSophia?
BarbaSophia nasce per caso, in un liceo della periferia di Torino, L’Amaldi a Orbassano. Entro in classe, volevo fare una lezione sui presocratici, su Pitagora,
avevo pochi allievi presenti, perché erano impegnati con le Olimpiadi della Fisica o della Matematica. A quel punto, non so perché, ho deciso di prendere il mio cellulare, appoggiarlo sui libri
di scuola e riprendere la lezione, finisco il video e chiedo un’e-mail a un ragazzo, per poter inviare il file video, comprimendolo, e quel ragazzo mi dice che c’era un modo più
semplice, che potevo caricarlo su YouTube. In mezz’oretta creo il canale, carico il file e da lì comincio a fare dei video. Poi il successo arriva con la
pandemia, perché sono l’unico canale in Italia che ha tantissimo contenuto online, i ragazzi lo utilizzano, anche i colleghi, per preparare gli esami, le interrogazioni, per
avere materiale di studio.
Oltre al canale YouTube, scrivi libri. L’anno scorso è uscito Anime Fragili. Com’è nata l’idea di questo libro? Da dove sei partito?
Questo libro nasce dalla voglia di provare a dare ai ragazzi e alle ragazze, ma anche agli adulti, uno strumento per potersi orientare nell’epoca in cui viviamo,
un’epoca che è caratterizzata da una fragilità spiccata. Poi gli esseri umani sono fragili ontologicamente, perché nasciamo senza averlo deciso
e moriamo quando non vorremmo farlo, tra il nascere e il morire c’è la vita e dare un senso alla vita è complesso.
Qual è, secondo te, la principale fragilità del nostro tempo?
La principale fragilità è la solitudine, che infatti nel libro metto come prima. Siamo in mezzo a tante persone, siamo sui social, siamo sempre online, ma ci sentiamo non
capiti, spesso abbandonati, a volte non cerchiamo neanche più le relazioni. La solitudine è una malattia che ci erode, ci divora e questo è sicuramente il male della
nostra epoca. Aggiungerei anche il tabù della morte, non riusciamo più a parlarne, è sempre stato difficile, però oggi più che mai la consumiamo in podcast, serie tv, fumetti,
thriller, gialli, ma non ci riflettiamo su. La morte è la cosa più seria che esiste nella vita, perché è l’unica cosa autentica che non si può ingannare, tentare
di ingannare la morte, significa tentare di ingannare noi stessi.
Quali sono le altre fragilità? Come possiamo affrontarle?
Un’altra fragilità è la crisi della politica, la sfiducia, l’abbandono, il cinismo, la politica di affaristi, violenta, che non si occupa delle vite
dei cittadini. Non siamo protagonisti delle scelte, le subiamo, non abbiamo fiducia nel futuro e tantomeno nel presente. Si risponde facendola la
politica, dal basso, che sia il collettivo, l’associazione di quartiere, il tentativo di migliorare la città in cui viviamo o di occuparsi di grandi battaglie lontane nel mondo, ma che
ci connettono a una coscienza universale, abbiamo bisogno di sentirci non soli e di provare a fare politica per capire che è possibile incidere sulla realtà,
migliorarla e cambiarla.
In questo libro, Platone e Aristotele fungono da bussole per navigare nel nostro tempo. Con quali insegnamenti i due filosofi ci possono
aiutare?
Da Platone ho preso l’amore per la politica, da Aristotele l’amore per le Scienze, la
curiosità, la meraviglia. Ancora da Platone, con il mito di Atlantide, il grande insegnamento che la
tecnologia non è bene o male in sé, ma è bene o male perché è nelle mani degli esseri umani. Il mito di Atlantide ci racconta come i figli di Atlantide, poco
saggi, molto ambiziosi, in parte violenti, hanno deciso di usare la tecnologia per la guerra e per il dominio e sono giunti alla grande
catastrofe, al fallimento e alla scomparsa di Atlantide, che in seguito alle guerre sconfitte scomparirà sul fondale degli oceani. Sulla morte, Platone ci dice
delle cose importanti: bisogna vivere preparandosi alla morte, la morte è l’ultimo appuntamento, bisogna arrivare preparati, eleganti, belli, puliti, cercando di essere quello
che vorremmo essere.
Nel mondo di oggi, una categoria particolarmente fragile è quella dei giovani. Com’è cambiato il disagio dei giovani negli ultimi tempi e perché oggi sono
più fragili rispetto a una volta?
Oggi i giovani sono probabilmente più fragili rispetto al passato (anche se è difficile quantificare la fragilità, perché l’essere umano è fragile per natura),
perché faticano maggiormente a dare un senso al loro vivere. Dare un senso alla propria vita in un’epoca così nichilista dove ogni cosa sembra
non avere più un senso, è molto complesso. Viviamo in un’epoca fatta di velocità, di bulimia tecnologica e soprattutto viviamo in un tempo in cui ci
mancano gli spazi per stare insieme, per sognare. Senza sogni, senza utopie che ci proiettano verso un futuro migliore, non riusciamo neanche a migliorare il presente: se si
rinuncia al futuro, ci si condanna a vivere nelle miserie del presente. Le miserie del presente sono il fattore che rende probabilmente l’essere giovani così
fragile.

Un grande problema dei giovani è la solitudine. Quanto la scuola può aiutarli in questo? Deve farlo o spetta alle famiglie?
La scuola deve dare il suo contributo ed essere il più possibile una comunità in cui c’è al centro il benessere
dello studente, dell’insegnante, una comunità educante, un tempo si diceva. Educare vuol dire crescere insieme e quando si cresce insieme si è già meno soli,
questo deve fare la scuola. La famiglia deve prendersi poi il proprio pezzo, ma anche la società e i singoli individui: uscire da una condizione
di solitudine è una prospettiva che coinvolge tanti attori.
A proposito di bulimia tecnologica, oggi i social sono un ottimo mezzo per diffondere informazioni e anche tu sei molto presente. Da un lato aiutano la
comunicazione, dall’altro a volte il troppo utilizzo può favorire l’isolamento e la solitudine.
Il problema dei social è trovare un equilibrio e non è facile, perché sono totalizzanti, non sono uno strumento neutro (ma nessuno strumento è mai
neutro), sono un luogo costruito per andare veloce, per consumare, per veicolare brand. Bisogna stare nei social con pensiero critico, in maniera il più possibile
autentica, cercando anche di costruirsi il proprio portfolio, la propria piattaforma, i propri spazi, andando a cercare quello
che autenticamente piace e fa crescere. Vuol dire anche divertirsi, si possono seguire dei contenuti buffi, sciocchi anche, perché c’è bisogno dello svago, ma poi si deve
costruire un percorso di senso. Il grande problema è che i social in realtà ti passivizzano e trovare una dimensione attiva non è facile.
L’educazione ai social è sicuramente un tema che va affrontato, perché il rischio è quello di viverli in maniera tossica come un luogo di insulto, di paragone, di
prestazione.
Un ruolo cruciale nella crisi contemporanea è giocato anche dall’intelligenza artificiale, non distinguiamo più il falso dal vero. Credi che questo sia un
altro grande pilastro su cui si basano le nostre fragilità?
L’intelligenza artificiale sta aumentando le nostre fragilità. Anche in questo caso è uno strumento, che gli esseri umani stanno sviluppando forse
più per dominio, egemonia, profitto, controllo e non per crescere, per ampliarsi, per svilupparsi. L’intelligenza artificiale depotenzia perché si utilizza in maniera
sostitutiva a quello che prima bisognava andarsi a costruire, a pensare, a fare, che può essere una traduzione, la programmazione di un viaggio, la scrittura di un’e-mail, di un saggio,
di un curriculum. Come direbbe Rousseau, ci impigrisce e ci rende più deboli. Anche in questo caso, serve un’educazione all’intelligenza
artificiale per renderlo uno strumento che ci porta a crescere, aumentare la nostra dimensione umana e non sostituire l’umano. Poi il grande inganno è che pensiamo che
l’intelligenza artificiale sia neutra, ma in realtà non lo è, è nelle mani di qualcuno che la sviluppa, di qualche privato che la utilizza.
Infine, dicevamo prima che il mondo di oggi è afflitto da un generale nichilismo. Come fare per cambiare prospettiva (se si può
fare)?
Il nichilismo è il male oscuro, non si può uscire dal nichilismo. È ormai la condizione dell’Occidente, si può solo provare con fatica ad
accettare la fragilità, ad accettare la morte di Dio, del padre, della nazione, della patria e in maniera molto mite provare a dare un senso alla propria vita. La
risposta al nichilismo sta nella risposta mite, ci direbbe Gianni Vattimo, vuol dire accettare l’assenza di senso ultimo e provare, anche in
compagnia di qualche compagno di viaggio, a dare vita a una micro-comunità in cui poter provare a essere felici.
Alessandra Picciariello