
Greta Marchesi arriva a Il Paradiso delle Signore avvolta da un alone di mistero che si sta piano piano sgretolando, lasciando trasparire il suo lato più fragile. Una sfida per Valentina Ghelfi, l’attrice che la interpreta, che si confronta con la rabbia e il rancore del suo personaggio e ne fa venire fuori il lato più umano.
Cresciuta a Piacenza e trasferitasi a Milano per inseguire il suo sogno di diventare attrice, Valentina ha in comune con Greta non solo la determinazione, ma anche la creatività, le piace infatti esprimersi con linguaggi e strumenti differenti, dal ruolo di attrice scritturata, a quello di attrice autrice dei propri spettacoli, da quello di poetessa, a molto altro. Insomma, una creativa a 360°, nella fiction come nella vita. In questa intervista, vi raccontiamo delle emozioni, delle passioni e dei pensieri che abitano l’anima di Valentina e del suo personaggio.
La creatività ti appartiene sin da bambina? Com’eri?
Quando ero piccola ero più timida, però in realtà già sapevo che volevo fare la scrittrice e quindi passavo i pomeriggi a
leggere con mia nonna, che mi diceva di uscire e andare a giocare fuori, mentre io ero a casa che leggevo. E poi volevo fare la strega da grande: magia, pozioni,
incantesimi.
Che infanzia hai avuto?
Ricordo un’infanzia molto felice, circondata da tante persone che mi amavano, al di là della mia famiglia, una sorta di famiglia
allargata composta dagli amici dei miei genitori, domeniche sempre circondata da tante persone. Ho dei ricordi molto felici, soprattutto di queste bambine con cui
io e mia sorella siamo cresciute, che per noi sono come sorelle, cugine, ma in realtà sono le figlie degli amici dei miei genitori e con cui giocavamo a
streghe, scuola di magia, tutto questo mondo. Devo dire che mi sento molto fortunata, mi sento di essere cresciuta nell’amore.
Sei cresciuta a Piacenza e poi ti sei trasferita a Milano dopo le superiori, come hai maturato questa scelta? Avevi già un’idea precisa di quello che volevi
fare?
Avevo le idee molto chiare, ero molto determinata, sapevo che volevo fare l’attrice, ho iniziato teatro quando
frequentavo le superiori e lì ho capito che questa strada mi chiamava. Finito il liceo ero molto determinata a entrare in un’accademia, quindi ho fatto anni di
provini, di studio e poi quando sono entrata al Piccolo Teatro di Milano, mi sono detta: «È questo che voglio fare, è qui che voglio andare».

Ora fai tante cose, quali sono le tue passioni oltre alla recitazione e alla poesia?
Sono appassionata di letteratura, che in realtà sta nel macrocosmo delle cose che faccio. Sono anche appassionata di femminismo, da
quando l’ho scoperto e ho iniziato a studiarlo (attorno ai vent’anni) è una direzione che mi appassiona sempre e mi rinnova, è uno strumento attraverso cui lavoro su me stessa e
che informa tantissimo la mia visione del mondo e quello che creo. Poi mi appassiona anche disegnare, l’arte figurativa, è veramente un hobby, la cosa che mi
sfoga, da cui non chiedo niente.
Hai tante passioni, ma anche tanti progetti. Tra tutti, quali sono quelli a cui sei più affezionata e perché?
Ogni progetto esprime una parte di me e sento che mi è servito e mi serve in maniera profonda nel mio percorso, personale e
artistico. I progetti a cui sono più legata sono quelli indipendenti e che hanno una storia di anni, che sono nati dal piccolo, sono cresciuti e stanno continuando a crescere,
che sono le due collettive di cui faccio parte e che ho fondato. Da un lato c’è quella con Le Zie (@l.e.z.i.e su Instagram, NdR) con Clara
Mori e Stefania Ristoro, con cui abbiamo un percorso legato alla ciclicità, all’indagine sul corpo e alla condivisione dei
tabù, per poterci liberare dal senso di solitudine dovuto alla vergogna, di cose che però sono umane, di tutte e di tutti. Poi dall’altro lato c’è GhelfiDema,
che è un duo di poesia e musica elettronica, fondato con Selene Demaria, con cui portiamo avanti da anni una ricerca della nostra poetica: attivismo e cassa
dritta insieme, è il nostro modo di portare la nostra voce e la nostra visione del mondo, sempre con questo elemento techno che è ironico e potente.

Dopo molti progetti ed esperienze, arriva Il Paradiso delle Signore. Come sono andati i primi giorni sul set?
È stato molto bello, anche perché era il quarto provino che facevo per Il Paradiso delle Signore. Ogni anno arrivavo al
callback (la parte finale delle selezioni) e poi non mi prendevano. L’ultimo anno ho pensato che fosse inutile fare i provini se tanto non venivo presa, però per fortuna Adriana
Ciampi, la casting director, ha insistito affinché facessi questo provino e finalmente mi hanno presa. Qui, secondo me, c’è un
enorme insegnamento rispetto a questo mondo in cui si ricevono tanti “no”, è bello vedere come il “no” non è definitivo, è solo un reindirizzamento, magari è un
“non ora”, però questo non significa che devi smettere. Essere poi catapultata in questo set che per anni mi era passato di fianco è stato molto emozionante, è
una macchina che va veloce: all’inizio è stato molto sfidante, in realtà è sempre una sfida. La cosa meravigliosa è che tutte le persone che lavorano
lì, dai colleghi e le colleghe, alla troupe, alle maestranze, sono super accoglienti, fanno il possibile per farti sentire bene, c’è un clima di lavoro molto
gioioso, bello, che arricchisce il progetto in sé. Mi sento molto grata per tutte le persone con cui ho avuto l’opportunità di lavorare.

Come il fratello Ettore, anche Greta è un personaggio antagonista, che però nasconde le sue fragilità. Il pubblico avrà modo di empatizzare con il tuo
personaggio e con la storia che si porta dietro?
Secondo me, ci sono già stati dei momenti in cui la corazza di Greta ha iniziato a creparsi, queste crepe si vedranno anche in
futuro e spero che le persone possano empatizzare con questo personaggio, ma anche vedere il potere distruttivo che c’è dentro ognuno di noi. La cosa divertente
per me, nell’interpretare Greta, è stata proprio entrare in contatto con l’odio, la rabbia, il risentimento: sono cose che
difficilmente nella vita ci si concede di provare (e per fortuna, perché avvelenano). È stata un’esperienza molto bella nell’ottica del gioco della recitazione, che mi permette
di sperimentare cose che nella vita magari non conosco e non sperimento.
Greta è molto attaccata al passato e sembra anche quella più concentrata sul piano che lei e il fratello hanno in mente. È preoccupata che Ettore possa fare
passi falsi?
Certo. Non solo, secondo me, è preoccupata che il fratello possa compiere dei passi falsi rispetto a quella che è
la direzione del loro piano, ma sotto c’è anche la paura di perdere l’unica persona che per lei è casa, sicurezza, amore. Vedere Ettore che si sta innamorando di
Odile, in lei scatena anche questa paura di essere abbandonata, una gelosia che la porta a essere ancora più pungente, controllante e tesa.

Greta è una donna molto forte e determinata. Ti rivedi in lei?
Direi di sì, mi piace l’idea di rivedermi in lei (anche se con “spigolosità” differenti), di avere questo aspetto di
potenza, forza, determinazione, ma anche passione, perché nel personaggio di Greta la moda è quello che ha
permesso a lei e a Ettore di entrare in contatto con le proprie emozioni, è quello che la rende felice. La passione per l’arte, per
l’espressione di sé, è la luce in questo personaggio, per il resto ha molti aspetti di buio.

Greta è una stilista e porta un abbigliamento molto moderno. Secondo te, quanto ha influito all’epoca il modo di vestirsi sulla questione femminile, sul
femminismo? E quanto può farlo ancora oggi?
Gli abiti, come ogni elemento della società, sono espressione di un cambiamento e di cambi di paradigmi ed è una
forma che spesso ha cercato di essere controllata, penso ai pantaloni, alla minigonna, come simbolo di emancipazione, di
libertà, anche di riappropriazione del corpo femminile, che cerca di liberarsi dalle imposizioni del maschile per esplodere, anche da un punto
di vista sessuale, per affermarsi come soggetto sessuale, invece che come oggetto. Penso che questa riflessione oggi sia più che mai viva, basti pensare a quanto
victim blaming c’è nei casi di stupro legati al “ma come eri vestita?”. Quindi, il vestito è ancora uno strumento di liberazione e
purtroppo anche di oppressione. Dovrebbe essere, e vorrei che ci fosse, in ogni momento la possibilità di esprimersi creativamente, di raccontare se stessi, di
vestirsi come atto creativo libero e purtroppo ancora non lo è. Il vestire e i commenti sul vestire sono intrisi nella visione patriarcale all’interno di cui noi siamo e credo
che possa essere ancora oggi un binario di emancipazione, di resistenza e di lotta.

Greta e suo fratello Ettore sono molto legati. Mi dicevi prima che hai una sorella, che rapporto hai con lei?
Ho una sorella che si chiama Michela e ha due anni in meno di me, quindi siamo molto legate, siamo cresciute più o
meno insieme frequentando gli stessi ambienti, in alcuni casi avendo le stesse amicizie, uscendo insieme, abbiamo sempre condiviso molto.
La stimo tanto, le voglio molto bene, sono felice che sia mia sorella, perché se non lo fosse chissà se ci saremmo mai conosciute. So che su di lei posso
sempre contare: anche se ha due anni in meno di me, sembra più grande, perché è più radicata, è più responsabile, per certi versi.
Valentina con sua sorella (a sinistra) e con Elia Marangon, alias Ettore Marchesi (a destra) - Courtesy of Valentina Ghelfi
Ti chiedo una parola per descrivere i tuoi colleghi e le tue colleghe con cui interagisci di più.
Elia (Ettore): sensibile,
Roberto (Umberto): divertente,
Vanessa (Adelaide): iconica,
Arianna (Odile): forte,
Luca (Gianlorenzo): elegante.
Alessandra Picciariello

