Qualche settimana fa, allo Spazio Gnu di Torino, abbiamo conosciuto Andreja Restek, una giornalista reporter di guerra, durante la presentazione del suo libro La Solitudine della Verità, in cui racconta sia se stessa, sia i territori in conflitto in cui è stata.
Abbiamo scoperto una persona molto coraggiosa che, con grande sensibilità, attraverso le persone e grazie alle sue fotografie, ci racconta la verità. Ci siamo domandate: «Avremmo mai il coraggio di Andreja e degli altri giornalisti che rischiano la loro vita per andare in territori così pericolosi?». Proviamo grande stima per questa donna ed è per noi un piacere farvela conoscere attraverso questa intervista.
Ci racconti chi è Andreja Restek?
È una ragazzina che ha sempre combattuto per la libertà. Sono di origine croata e sono cresciuta
nell’ex Jugoslavia, in un posto piccolo in cui era vietato sognare, il massimo che una donna poteva fare era la
maestra, l’impiegata e cose simili. Non si poteva uscire dai ruoli, che erano ben divisi.
Quando ero bambina, ad esempio, se una femmina voleva giocare a calcio (a me piaceva), era considerata strana. Ero una
ragazzina molto sola che combatteva gli stereotipi.
Quando sei arrivata in Italia?
Sono arrivata negli anni ‘90, avevo ventiquattro anni. Quando sono arrivata non parlavo una parola di
italiano, io e mio marito per più di un anno abbiamo parlato in inglese. Avevo la casa piena di post-it, su
ogni oggetto scrivevo il nome in italiano per imparare.
Nel libro racconti tutto in terza persona. Perché?
Nel libro racconto fatti molto dolorosi, come le violenze subite, e non è facile parlarne, ho avuto il bisogno di
raccontare tutto in terza persona. Li racconto perché sono stati momenti molto difficili della mia vita, ma nonostante tutto,
le cose si possono fare.
Sei una giornalista fotoreporter, cosa ti ha spinto a fare questo lavoro e ad andare in luoghi così pericolosi?
Mi dava molto fastidio sentire parlare di guerra in ex Jugoslavia nel modo in cui è stata sovente raccontata, spesso da gente che non sapeva nemmeno dove fossero i Balcani. Delle guerre si deve raccontare quello che si vede e raccontare le persone.
Mi parli della prima volta in cui hai raccontato con le tue immagini un territorio in guerra?
La prima volta è stata quella dei Balcani, ma l’ho raccontata poco perché non è facile parlare
delle guerre dei propri territori, poi sono stata molte volte in Siria, mi ha lasciato un grande
segno.
Che rapporto hai con la paura?
Avere paura è una cosa molto importante, è la mia guida, è quella cosa che ti protegge e che ti
dice di fare attenzione, di fermarti. Mi sono sempre detta: «Fino a quando avrò paura, farò questo lavoro, quando non
ne avrò più, vorrà dire che sarà ora di smettere».
Ti sei mai trovata in una situazione di grande pericolo e pensato: «Questa volta non torno viva»?
Sì, più volte. Una volta ad esempio, in Siria, era la seconda o terza volta che andavo, rapirono il mio
fixer con un giornalista americano e poi cercavano me, lì pensavo di non tornare. Sono riuscita a scappare grazie a un
messaggio ricevuto e mi sono nascosta in Turchia perché avevo l’aereo quattro giorni dopo.
Tu sei una giornalista freelance per scelta. Questo ti permette di poter raccontare più liberamente?
Sì, anche se a volte quando sei in quei luoghi, per una questione di sicurezza, ti dicono che certe
cose non si possono fotografare, se no rischi. È molto importante arrivare nella zona di guerra preparata il più
possibile sulla situazione geo-politica. A volte hai delle notizie molto delicate che, se diffuse, potrebbero far
rischiare la vita ad altre persone e in quel caso non le diffondi, ma le racconti a chi può intervenire per salvare le
persone in questione.
Come si svolge il tuo lavoro? Come scegli il luogo e come ti organizzi?
Scelgo il luogo in base a di cosa voglio parlare, poi mi documento per sapere tutto di quel Paese, dalla storia
alla situazione attuale, leggo tutto sulla situazione del governo corrente e dei precedenti, se ci sono gruppi terroristici, e
così via. Altra fase è cercare contatti sul posto: devi averne diversi, non ne basta uno, perché non puoi sapere se una volta sul posto
quel contatto va bene. Dopo stabilisci le cose da fare, ma devi avere diversi progetti perché, se non puoi farne uno, hai già l’altro. Devi
crearti diverse opportunità per muoverti sul territorio e avere diverse vie di fuga.
Quanto è difficile per una donna fare il tuo lavoro? E quanto lo è farsi accettare in un luogo di guerra?
Secondo me è più difficile rispetto a un uomo. Se c’è un collega, ad esempio, lui può fare tutto
per due giorni e tu devi aspettare fino a quando non ti danno il permesso, se no diventa pericoloso. Poi, quando ti hanno dato il
permesso, puoi fare anche di più del tuo collega.
Quanto è difficile raccontare la verità?
Molto, soprattutto quando è scomoda e vai contro tutti: è da lì che nasce la solitudine.
Sei sposata e hai una figlia, come vivono il tuo lavoro?
Non è facile per loro, sanno in che Stato mi trovo, ma non sanno esattamente dove, c’è solo
un messaggio al giorno e il telefono lo devo tenere sempre spento per una questione di sicurezza. In quel momento puoi essere
una merce di scambio e devi stare molto attenta.
Ogni quanto parti e per quanto stai via?
Non c’è una regola, posso partire ogni tre o quattro mesi come ogni cinque o sei. Una volta lì, posso stare un mese o
due o tre settimane, dipende. Ho trascurato molto la salute e adesso sono un paio di anni che non parto, così mi
curo.
Chiudiamo questa interessante chiacchierata che abbiamo avuto il piacere di fare con Andreja con questo suo
bel pensiero: «Dobbiamo proteggere la democrazia e la pace, perché altrimenti distruggeremo
questo mondo. Nella vita non è importante cosa facciamo, ma come lo facciamo, dobbiamo lasciare un segno, ognuno di noi
nel suo piccolo può fare qualcosa, abbiamo tutti i mezzi a disposizione e dobbiamo usarli con intelligenza».
(Crediti foto: Andreja Restek)
Paola Giannessi





