"Io sono del mio amato" di Annick Emdin

Cari Lettori, oggi vi proponiamo un'altra recensione di Gordiano Lupi. Oggi ci parla di "Io sono del mio amato" di Annick Emdin.

Buona lettura!

Annick Emdin è una delle tante autrici di talento del nostro panorama nazionale, che finalmente ottiene l’occasione per debuttare nel mondo della grande editoria con Astoria, casa editrice del gruppo Guanda. Regista teatrale, sceneggiatrice (L’ombra del giorno di Giuseppe Piccioni), drammaturga, laureata a Pisa in Discipline dello Spettacolo; la ricordo (ancora molto giovane) ottima narratrice sulla misura breve con la mia casa editrice (Il Foglio Letterario), quindi romanziera per Anordest Edizioni, in una collana di giovani promesse che ero stato chiamato a dirigere (Lividi era quel romanzo, che trovate ancora, magari dai reimanders). Mi fa piacere di ritrovarla alle prese con una storia di padri e figli che indaga il rapporto con i genitori, l’importanza e la difficoltà dei legami familiari, come sia difficile convivere e sopportare su gracili spalle tutto il peso del passato. Io sono del mio amato è una storia che riguarda molto da vicino l’autrice, viste le sue origini, ma che analizza senza remore l’ortodossia religiosa, confrontando il mondo ebraico contemporaneo con la nuova Israele tecnologica che non dimentica le sue radici. Il romanzo - ambientato nella Gerusalemme del 1995 - narra con intensità drammatica e un pizzico d’ironia la storia d’amore tra un giovane ebreo allevato secondo le regole della tradizione e una soldatessa che lo salva da un attentato. Un amore tra due persone diametralmente opposte: Levi è un tradizionalista molto religioso, Yael è moderna e trasgressiva, sia per il mestiere che ha scelto in difesa della patria, ma anche perché fuma, non sa cucinare, veste abiti insoliti. La famiglia rifiuta Levi per un amore non consentito dalle regole imposte da nonno Chaim, la persona che più di ogni altra ha influenzato la vita del ragazzo. La trama principale segue l’amore tra Levi e Yael, mentre la sottotrama racconta il passato del nonno, la storia del suo matrimonio, le vicende che lo videro sposarsi nel 1941 in una cittadina ucraina. L’autrice sembra voler dire che il passato torna sempre nella vita delle persone, ma è importante saper derogare alle regole della tradizione e ai precetti irremovibili della religione che rischiano di ingabbiare la vita e di non far seguire le ragioni del cuore. Annick Emdin è dotata di una stile fluido ed essenziale, dipana la narrazione per dialoghi senza concedere niente a orpelli barocchi, fa uscire i caratteri dei protagonisti dalle vicende narrate. E il racconto è già una perfetta sceneggiatura che nelle mani di un valido regista interessato alla questione ebraica diventerebbe ottimo cinema d’autore. Debutto incoraggiante per una giovane autrice (1991) che non mancherà di andare avanti e di stupire, percorrendo strade ancor più interessanti.

                                                                            

Gordiano Lupi
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