Questione di Stile: capitolo 7

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Grandi novità nel capitolo 7 di "Questione di Stile". Cosa sarà successo?

Scritto da Marinella Ferrero.

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Ieri sera mamma e papà hanno chiesto a me e Stefania di seguirli in salotto dopo cena. Volevano raccontarci che stanno attraversando una fase del loro rapporto molto complicata e che per questo hanno deciso di stare lontani per qualche tempo. Papà andrà a stare dai nonni. Lui stava in silenzio mentre mamma continuava a parlare per di più con Stefy.

 

 

Io anche, non ho detto nulla. Me ne stavo in silenzio assorta nei miei pensieri. Di tutto questo lunghissimo discorso ho capito che si separeranno per un po’. Ho iniziato a ripensare ai momenti felici,

 

e all’ultimo periodo fatto di liti e discussioni.

 

 

 

Forse è meglio così. Però non capisco perché tutte queste parole ovattate continuano ad arrivare sulla mia pelle come piccoli aghi ghiacciati. I cambiamenti spaventano sempre e questo cambiamento non mi sembra felice. Vorrei essere adulta e pensare che sia la soluzione migliore eppure c’è una parte di me che si sente arrabbiata e allo stesso tempo delusa.

<<Giulia tutto ok?>>

La voce di papà interrompe queste mie sensazioni contrastanti.

 

 

Cerco il fiato dentro di me perché sembra non arrivare alla bocca <<Si, tutto ok>>. La sua voce sembra preoccupata e per un attimo anche mamma si interrompe e mi osserva in modo insistente.

 

Poi Stefy riprende a fare domande pratiche su quello che succederà nei prossimi giorni e nei prossimi mesi. Vuole sapere come ci dovremmo comportare nei weekend, come faremo con le macchine, per le vacanze di Natale, per il ricevimento parenti a scuola.

Io aspetto che tutte queste parole inutili siano finite per poter tornare nella mia camera. Sono la prima ad alzarmi.

 

Mentre mi allontano sento una frase che arriva dritta allo stomaco e che identifico come rabbia <<Mi raccomando Stefy, stalle vicino. Non è così forte come vuole farci credere>>.

Chiudo la porta alle mie spalle e mi butto sul letto.

Ho già infilato le cuffie e avviato la playlist più triste che ho creato su Spotify, e mentre Amy Winehouse inizia a cantare Back to Back, mi accorgo che sul telefono ci sono almeno dieci chiamate perse e una trentina di whatsapp. Venti sono di Martina, che mi racconta di una cena a casa di Ludovica e di un bacio tra la iena e Pierferdinando. Sostiene che Ludovica avesse architettato tutto e che Pier non c’entrasse nulla. Era una vendetta per la storia del vestito. Voleva che la richiamassi subito.

 

I dieci messaggi di Pier dicevano più o meno le stesse cose.

Ho guardato l’ora ed erano soltanto le dieci. Ho chiuso gli occhi e mi sentivo come pietrificata. I miei genitori che si separano, Ludovica e Pier che si baciano, Martina che si preoccupa per me. Mi sono sentita stanca. Avrei voluto essere di nuovo da un’altra parte. Essere grandi vuol dire prendere decisioni che faranno soffrire gli altri? È giusto allontanarsi dalle persone che si amano per capire se può tornare tutto alla normalità? Mentre queste domande rimbombano nella mia testa come un autoparlante scarico, sento che le forze finalmente mi abbandonano.

Quando ho riaperto gli occhi sentivo la voce di mia madre arrivare dall’altra stanza.

 

 

Per un attimo ho creduto che fosse tutto un brutto sogno. Sono bastati pochi minuti per riprendere coscienza sotto al piumone e per farmi travolgere da tutti i drammi della serata.

 

L’ultima cosa che avrei voluto era andare in gita e dover affrontare quella giornata, che già al suo inizio, mi sembrava eterna e pesante come un macigno.

Mi sono chiusa in bagno e mi sono preparata in pochi minuti, sono uscita in ritardo più del solito, cercando di evitare i miei genitori che ancora si aggiravano per casa.

 

 

Per schiarirmi le idee ho scelto di non prendere l’autobus, noncurante del mio ritardo. Ho osservato la gente che camminava veloce di fianco a me e mi chiedevo se anche loro provavano le stesse cose che provavo io, o se anche a loro fosse capitato qualcosa di brutto.

Non ci accorgiamo mai davvero di chi ci cammina intorno, mi chiedo quale sia la loro storia e se ne hanno una simile alla mia.

Il ritrovo era davanti alla scuola e quando mi si è materializzata davanti con tutti i miei compagni che sembravano fissarmi, ho sentito la consueta morsa allo stomaco e di nuovo ho sentito il bisogno di essere da un’altra parte.

 

 

Non ho risposto ai messaggi di Martina stamattina. Lei mi aspettava davanti all’entrata e una parte di me sperava non ci fosse. Invece era ancora lì e mi ha raggiunta diventando complice del mio ritardo <<ma dove sei finita? È da ieri sera che ti cerco! Mi stavo preoccupando. Guarda che non è così grave quello che è successo. C’è una spiegazione, ne sono sicura. Pier mi sembrava sincero. Sicuramente è Ludovica che si comporta sempre come una stupida e cerca di far male agli altri>> Era la prima volta che sentivo Martina dare della stupida a Ludovica e forse a qualcuno in generale.

 

 

Si vede che ci tiene a me e questa dimostrazione di affetto mi ha fatto sorridere <<perché sorridi? Mi fai paura. Giulia ti prego dimmi qualcosa>>

 

<<Dai raggiungiamo gli altri che il prof di matematica sta arrivando insieme al prof. di italiano. Avrà già studiato una punizione esemplare per me, non vorrei che ci andassi di mezzo anche tu. Parleremo dopo>>.

 

<<Ok, ma sappi che mi sto preoccupando>>.

 

 

Abbiamo iniziato a camminare ma il mio sguardo fisso nel vuoto. Ho sentito la voce di Ludovica e delle sue amichette. Il tono della sua voce si faceva sempre più forte. Credo che cercasse di farmi ascoltare i suoi racconti sulla serata con Pier.

 

 

Mi sarei dovuta arrabbiare come al solito e invece mi sono girata verso di lei solo un istante, con lo sguardo assente e sono tornata a fissare i mie passi. Credo si aspettasse una reazione diversa. A un certo punto, a quel concerto di voci fastidiose, si è aggiunta la voce di Martina. Non l’avevo mai vista così arrabbiata. Hanno continuato a litigare per diversi minuti; poi sono arrivati il professore di matematica e il prof. di italiano e anche loro sembravano già arrabbiati di prima mattina.

 

 

Non so se è stata solo un’impressione ma il mio malumore sembra aver contagiato tutti. Non avevo dubbi che il prof di italiano se la prendesse con me. E infatti, dopo aver riportato l’ordine con un delicatissimo urlo alla Munch, ha iniziato subito a punzecchiarmi con una serie di domande, come se sapesse che fossi io l’oggetto della discordia tra Ludovica e Martina.

 

 

 

 

Io rispondevo a monosillabi e a un certo punto ho chiesto di potermi allontanare perché non mi sentivo bene. Lui un po’ incredulo e un po’ spiazzato mi ha permesso di sedermi su una panchina.

 

 

La grande gita organizzata dalla mia scuola prevedeva una lezione all’aria aperta. In una situazione normale l’idea mi sarebbe anche piaciuta ma non oggi. Martina mi ha seguita ma è stata richiamata all’ordine e non mi ha potuto accompagnare.

 

 

 

 

Mi mancava quasi l’aria eppure eravamo all’aperto. Mi sono seduta e senza neanche accorgermene mi asciugavo le lacrime inarrestabili.

 

 

 

 

Non saprei quantificare il tempo che ho passato  lì in disparte, in quell’angolo dal quale guardavo i miei compagni da lontano. Riuscivo solo a pensare che tutti sembravano più felici di me. Raccontiamo sempre e solo i ricordi felici. Queste giornate tristi non le vogliamo ricordare. E invece penso che non sia giusto neanche questo.

 

 

Forse dovremmo immortalare e parlare anche dei ricordi tristi per essere più consapevoli dei momenti felici. Per un attimo ho pensato che il professore di filosofia sarebbe stato molto fiero di me.

 

Il professore di italiano, che ha seguito in silenzio tutta la scena si è avvicinato con passo discreto, mi ha allungato un fazzoletto. Non mi ha detto nulla perché mi conosce bene e si è allontanato subito, ma il suo sorriso rassicurante effettivamente mi ha fatta sentire meglio.

 

 

Ad un certo punto sono saltata in piedi, mi sono asciugata le lacrime e ho capito che sembravo un cucciolo di panda spettinato e con le occhiaie. Ho pensato che questo alle protagoniste dei film non succede mai. Di solito quando piangono sono comunque belle, ancora truccate e come minimo arriva il milionario di turno che, non solo le salva con un jet privato, ma addirittura le porta da un parrucchiere/estetista/salvatore che le fa rinascere più belle di prima.

 

<<Oggi sei più sciatta del solito. Sembra che qualcuno ti abbia preso a pugni? Aspetta, è stato Enzo Miccio che ha visto come hai avuto il coraggio di uscire stamattina?!>>

 

 

Ecco, il milionario di turno per me ha sbagliato strada, ma in compenso Ludovica probabilmente sapeva dove trovarmi. No, questo nei film non succede.

 

<<Ludovica, vorrei dirti quanto apprezzi il tuo interessamento nei miei confronti ma non lo farò. E soprattutto, ti prego, almeno per oggi, torna a fingere che io non esista. Di solito ti riesce bene. Ignoriamoci come abbiamo sempre fatto. Sappiamo entrambe che tra di noi non può funzionare>>.

 

Le sue amichette ridevano mentre lei assumeva diverse sfumature di rosso.

 

 

Stava quasi per replicare quando a un certo punto arrivano Pier, Martina e Azzurra. Loro prendono le mie difese. E in quel momento non so cosa mi sia successo, avrei voluto urlare con tutte le mie forze e dirgli di smetterla. Avrei voluto urlare a ognuno di loro cosa mi stava capitando e che non me ne importava niente di come ero vestita, se sembravo un panda spettinato, se Ludovica aveva baciato Pier (un po’ di quello mi importava ma quando c’era Ludovica la verità era sempre distorta), se il professore di matematica era già arrabbiato alle 8 del mattino tutte le mattine di tutto l’anno

 

 

se a Ramona si era spezzata un’unghia, se Francesca aveva sbagliato rossetto, se non ero brava negli sport, se io ero sbagliata, se la mia famiglia crollava a pezzi, se non ero abbastanza alla moda….e le mie urla avrebbero potuto riempire quell’enorme parco per una buona mezz’ora. E invece successe una cosa strana che ancora oggi, se ci penso bene, non riesco tanto a spiegarmela. Ho iniziato a ridere. Ma una risata in crescendo di quelle che quando inizi a ridere non riesci più a smettere. Una risata contagiosa e liberatoria. Ho riso talmente tanto e così forte che sentivo la faccia tirare.

 

Si sono fermati tutti come se avessi urlato e mi fissavano come se fossi un’aliena. Ma io ridevo perché di tutta quella litigata ho sentito solo questo:

 

 

 

Pier: <<Smettila Ludovica sei una persona orribile, non vedi che sta male?>>

 

Ludovica: <<certo che lo vedo, guarda com’è vestita. Sarà per questo che Arlecchino in confronto era chic>>

 

Azzurra: <<ma che problemi hai?>>

 

Ramona: <<io ho un enorme problema…limetta, mi si è spezzata un’unghia>>

 

Martina: <<dottore bisturi, le si è spezzata un’unghia>>

 

Azzurra: <<non posso crederci. Ma parlate sul serio?>>

 

Francesca: <<oh no!>>

 

Azzurra: <<meno male>>

 

Francesca: <<credo di aver preso il rossetto sbagliato>>

 

Pier: <<non preoccuparti, sarai daltonica come Arlecchino>>

 

 

 

 

Ludovica: <<sei un cafone>>

 

Pier: << superficiale, anzi superficiali>>

 

Ramona: <<hai detto che è sul davanzale?>>

 

Ludovica: <<siete tutte persone inutili>>

 

Francesca: <<io non sono inutile, ce l’ho io la limetta per le unghie>>

 

Martina: <<ma ci siete o ci fate? Ma poi vedi davanzali nei dintorni?>>

 

Ludovica: <<ha parlato miss sorriso ebete>>

 

Pier: <<visto che sono un cafone, ebete te lo dico io>>

 

Francesca:<< ma che insulto è “abete”>>

 

Più o meno questo è stato l’inizio della litigata che i miei compagni di scuola hanno fatto in un parco qualsiasi di un giorno qualsiasi a causa mia. I toni sono leggermente degenerati, ma mi ha fatto talmente ridere che non ricordo bene gli insulti successivi. Ma da qui ho iniziato a ridere e ho continuato lasciando tutti pietrificati, fino a quando non è arrivata la voce perentoria dell’insegnante di matematica che insieme al professore di lettere ci ha gentilmente promesso che il giorno dopo ci avrebbe accompagnati tutti in presidenza.

 

 

Stefania mi aspettava fuori dalla scuola. Quando siamo arrivati dopo questa estenuante gita inutile ho dato un bacio a Martina promettendole che l’avrei chiamata nel pomeriggio e sono andata incontro a Stefania. Lei mi ha sorriso e io l’ho abbracciata forte come non mai.

 

 

Con sguardo indagatore mi ha chiesto se avevo combinato qualche guaio. Questa volta, come quasi tutte le volte, aveva ragione lei. Abbiamo iniziato a camminare, le ho raccontato la mia giornata e le strane sensazioni che mi abitavano dalla sera prima.

 

Mi ha preso per mano e mi ha guardata in modo rassicurante. La strada verso casa sembrava già diversa.

 

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