Paola Galfione Barozzo: soprale(i)dee

PH Andrea Asti
PH Andrea Asti

 

Innamorata dei cappelli dal design particolare, sperimentatrice dei materiali riciclati. In questo post vi presentiamo Paola Galfione Barozzo e le sue creazioni.

 

 

1 Ciao Paola, tu hai sempre adorato i cappelli, ne hai sempre comprati tantissimi, sino a quando non sei più riuscita a trovare quello che volevi ed hai deciso di creare tu qualcosa.

 

E’ proprio così. Creo cappelli perché li ho sempre amati. Ho subito il fascino del cappello per le infinite possibilità di espressione nel mondo delle forme e ho iniziato così la progettazione e la produzione. Una volta il cappello era la “norma” per le donne. Da alcuni decenni la moda ne ha distrutto l’immagine, per cui oggi indossare il cappello può sembrare voler uscire dai ranghi e quindi per la maggior parte delle persone indossarlo significa sentirsi in imbarazzo. Mi piacerebbe quindi recuperare la cultura del cappello, valorizzandolo e togliendolo dal dimenticatoio perchè secondo me è il più importante e il più connotante degli accessori e può far sentire bene sia chi lo indossa sia chi lo osserva. Se indosso cappelli “stravaganti” mi diverto ad osservare le reazioni che provocano. Alcuni accennano un sorriso divertito, altri rispondono con “fulminanti” occhiate. Ma avete mai notato i meravigliosi sguardi d’intesa che si possono scambiare da sotto le tese? Sono veloci e carichi di complicità.

 

2 Come mai scegli di lavorare con le bottiglie di plastica?

Per due ragioni. La prima perché sono sempre stata sensibile ai temi ambientali e già in anni in cui non venivano percepiti come “moda” mi ero posta il problema del riciclo dei prodotti industriali. La seconda perché ho sempre considerato le bottiglie in PET delle acque minerali e delle bibite oggetti di “design anonimo” interessanti e intriganti per la varietà delle forme, dei colori e della consistenza. Mi hanno sempre affascinata e “fatta soffrire” non sopportando l’idea di considerarli oggetti “usa e getta”. Mi interessava non solo riciclare il materiale ma dare dignità a delle materie che, giunte al termine del ciclo consumistico, si erano ridotte ad insignificanti ed imbarazzanti involucri, di scomodo e fastidioso smaltimento. Ma il mio obiettivo era trasmutare la materia prima.. Infatti dopo la combinazione dei componenti in PET il prodotto iniziale è irriconoscibile, trasmutandosi da povero a ricco dando vita a “sculture indossabili” con effetti simili a coralli, cristalli e pietre dure. Ogni pezzo è unico, come uniche devono essere le persone che le indossano.

 

3 Per lavorare le bottiglie utilizzi la fusione.

La fusione è una delle lavorazioni che utilizzo per arrivare alla realizzazione dei fascinator

 

4 Come avviene la lavorazione?

Ogni bottiglia è diversa dall’altra non solo per il colore, ma per la forma, lo spessore, la trasparenza, la densità, ecc. A seconda dell’oggetto che voglio realizzare scelgo le bottiglie in PET da lavorare. Sono molte le tecniche che utilizzo: dal taglio alla fusione fino al raffreddamento, alla lucidatura e all’assemblaggio. Con passione e con tecniche di lavorazione artigianali, i materiali bidimensionali vengono trasmutati in fantastiche costruzioni tridimensionali dalle forme ironiche e giocose e dai dettagli raffinati.

 

5 I tuoi cappelli prendono i nomi delle bottiglie di plastica. Ci fai degli esempi?

Esatto. Il colore non è aggiunto ma è insito nella materia originaria. Per esempio ho scelto per un fascinator il nome “Cocavirgin Moulinrouge” perche ho utilizzato le bottiglie rosse della Coca Virgin che avevano la tonalità di colore che cercavo.

 

6 Quando hai iniziato a utilizzare materiale riciclabile?

Alla fine degli anni novanta, all’attività professionale e didattica ho iniziato ad affiancare la sperimentazione sul tema “Riciclaggio e Riuso”. In questo periodo nasce la prima collezione “acquaminerale”: ornamenti per il capo.

 

7 Che altri materiali utilizzi oltre alla plastica?

Le materie prime che utilizzo sono tantissime, dalle plastiche ai cristalli, dal feltro di lana a quello di lapin, dalle foglie di palma a quelle di banano, dalla seta alla carta, a seconda della situazione. Per esempio in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia sono stata invitata ad esporre due ornamenti per il capo nella mostra "Il Futuro nelle Mani. Artieri Domani” alle OGR di Torino. Questo edificio così affascinante sia per l’architettura imponente sia per le lavorazioni colossali che avvenivano al suo interno mi hanno ispirata a sperimentare un materiale insolito per i miei copricapi: il metallo a memoria dell’archeologia industriale e delle lavorazioni ferroviarie. E proprio da quel momento ho incominciato ad utilizzare questo materiale per le mie creazioni. Ogni lavoro è per me un’occasione per sperimentare un nuovo materiale. Per esempio ho ottenuto l’incarico per migliorare le attività artigianali nelle comunità rurali del Laos a sostegno della micro imprenditorialità femminile. Tra i vari progetti ho creato nuovi tessili mescolando materie prime locali come la seta e la carta di gelso, dando vita ad un tessuto di grande bellezza e consistenza. E questi materiali sono stati realizzati a “emissione zero”: Infatti gli scarti di ogni ciclo produttivo sono utilizzati per le attività successive: i gelsi richiesti per l’allevamento dei bachi producono ottime more; dalle foglie si ricava un the che ha proprietà medicamentose; dai bozzoli, dopo aver filato la seta rimango le crisalidi, ottima fonte di proteine; la sericina, prodotta dopo la filatura, entra nella catena alimentare della fauna ittica. Alcuni prodotti tessili creati sono stati selezionati alla mostra “CITTADELLARTE Fashion Bio Ethical Sustainable Trend”, curata da Michelangelo Pistoletto e Franca Sozzani a Cittadellarte Fondazione Pistoletto di Biella.

 

8 Nella tua produzione non ci sono scarti di materiali, non ci sono rifiuti.

Assolutamente NO. Per me i rifiuti sono sempre stati una risorsa. O creo nuovi prodotti a partire dai materiali di scarto come per la collezione “acquaminerale” o creo prodotti che non producono scarti come per la collezione “Interconnection”. Quest’ultima nasce da un’idea di tappeto modulare di qualche tempo fa selezionata dalla Galleria OPOS di Milano.

L’idea era lo studio di un modulo semplice in feltro, che da sottobicchiere diventava bracciale, collana, sciarpa, stola, tenda e tappeto.

 

9 Grazie per esserti raccontata a Donneingamba.

Grazie a te. E’ stato un vero piacere.

 

PH ANDREA ASTI